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Questa poesia è ancora nascosta

Fa parte del regalo segreto di Casa TOVI, che si sblocca una volta completata la caccia al tesoro.

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terzo regalo

Da Murcia al cielo

José Zorrilla · 1888

Questa poesia di José Zorrilla, pubblicata nel 1888, è importante per molte ragioni. Ma nell'ambito che ci interessa qui — conoscere meglio la città di Murcia — la mettiamo in evidenza a Casa TOVI perché è un prezioso documento storico e culturale su Murcia:

La poesia non è solo un insieme di versi: è anche un ritratto di Murcia alla fine del XIX secolo, e una testimonianza del rapporto del poeta con la società murciana dell'epoca.

Descrive i suoi paesaggi, la sua gente e le sue tradizioni con uno sguardo idealizzato e romantico, e riflette la profonda gratitudine di Zorrilla verso i suoi amici e ospiti nella regione.

La trovate qui per intero, esattamente come fu pubblicata. Leggetela tutta d'un fiato o percorretela sezione per sezione con il menu qui sopra: non ha fretta, vi aspetta dal 1888.

Dedica

Ai signori Marchese di Villalba de los Llanos, conte di Roche, don Ricardo Sánchez Madrigal e don Antonio de Sandoval.

Miei cari amici: Nel ricevere questo libriccino che vi dedico, potrà venirvi in mente che sia una parodia profana della santa parabola dei pani e dei pesci, poiché pretendo di soddisfare tanti con così pochi versi: ma vi supplico di tener presente che questa leggenda, racconto, poema o come vogliate chiamarlo, essendo opera di un poeta che ha già contato i suoi settantuno inverni, è una delle ultime fiammate della lucernetta del suo ingegno che scoppietta per spegnersi; uno degli ultimi sospiri del suo corpo, che sta per tornare alla terra, e una delle ultime aspirazioni della sua anima, che sta per tornare a Dio.

Dovrebbero comparire accanto ai vostri, in questa dedica, i nomi dei miei buoni parenti i Revenga e quello dell'allegro Nicolás Acero, mio ospite. Ma a quelli, che hanno il sangue di mia madre e che sanno che per essa porto i loro nomi scolpiti nella mia memoria e il loro affetto infuso nel mio cuore, non ho bisogno di dare pubbliche prove di amicizia, né al pubblico interesserebbero le mie pubbliche ostentazioni di un affetto che riceve calore soltanto dal focolare domestico e dall'intimità della famiglia; e a Nicolás Acero serbo il suo posto in uno degli angoli della Valladolid della MIA ULTIMA BATTAGLIA: in quello della casa in cui nacqui, di cui oggi è proprietario.

Ditelo così a Nicolás, se per caso lo incontrate, ché da quelle parti deve aggirarsi; e ripetetelo ai Revenga, che abitano a Murcia.

Inviate questo libriccino a Orihuela, dove la pioggia ci lasciò appena vederci in viso, e a Mula, dove non potei andare a mostrare il mio, per la ristrettezza del tempo, per fastidiosi affari e per gli acciacchi inevitabili alla mia età.

Fate presenti i miei ricordi al Prelato, che tanto benevolmente ascoltò le mie salmodie; al Municipio e agli Istituti, che mi onorarono con i loro inviti e omaggi, e fate leggere alle murciane della città e dell'orto i versi che a loro e a voi dedica, adempiendo un debito di gratitudine, il vostro vecchio poeta che vi vuole bene,

José Zorrilla.

Madrid, 20 maggio 1888.

In terra

I

Di pietra un candido Santuario, che la devozione rese un prezioso reliquiario con un anniversario annuo di annuale pellegrinaggio,

sulla cima di un verde monte che esala profumo di zagara e ha Murcia ai suoi piedi, splende bianco come una colomba annidata in un cipresso.

Quel monte è un tesoro di fede e di verzura fin dai tempi del moro; trabocca d'oro il Santuario e il monte è un cumulo d'oro.

Il monte è di tradizioni poetiche un arcano: due razze, due religioni le seminarono a mucchi sotto di esso con mano sanguinosa.

Sette secoli di lotta costò accendere, alle due, con la fiaccola dell'incendio, il faro che oggi scintilla su di esso con la Croce di Dio.

Fuggì il gregge musulmano oltre il mare; regna sola ormai a Murcia la Croce cristiana, e lì compie oggi la fede murciana il suo pellegrinaggio spagnolo.

Originale romeria di quella terra del sole, della fede e dell'allegria: di un popolo di quelli che genera soltanto il suolo spagnolo.

Popolo tipico e genuino della Spagna riconquistata al Tetuano e al Tunisino, che ancora mescola al rito divino i gridi di un'algazzarra.

Popolo ardente di ortolani, che, pur con abiti e usi mori, danno ai riti cristiani finiture maomettane di fuochi, danze e tori.

Vincitore stabilito nella casa del vinto, vive ancora sulla sua traccia, aggrappato a quanto guadagnò nella sua riconquista.

Vive cattolico e muore con cattoliche esequie; ma semina, irriga e mangia come un moro, di cui preferisce usi, attrezzi e canali.

E non si disonora in questo, né si arena nel progresso; alla sua conquista si aggrappa, e conserva intatto il carattere della sua casa e della sua vega.

Popolo sobrio, sano e forte benché tra i fiori si allevi, finché vive si diverte; senza paura attende la morte e in Dio al morire confida.

Terra e genti sono quelle di caratteri tanto fieri, che in essa sono, uomini e donne, gli uomini come scintille, come stelle le donne.

Popolo è quello a cui devo ultime ore tanto gradite, che là ancora mi credetti giovane; e ancora nelle mie orecchie porto il suo applauso e le sue serenate.

Nella sua amicizia estrema e estrema cortesia verso di me c'è di un buon libro un buon tema; ma ormai forgiare non potrei tale poema di gratitudine.

Del mio rapido cammino per paese tanto singolare, al popolo murciano non può dare più il mio ingegno canuto che questo modesto ricordo.

II

Torniamo a quel monte e al tempo tradizionale, quando, in mani dell'infedele, ancora non splendeva bianco su di esso il ricco Santuario attuale.

Lasciamo per un altro giorno e per un'altra poesia più realista e più cristiana, la lieta festa murciana, che sale al monte in pellegrinaggio;

e volgiamo mente e occhi al tempo ormai immemorabile di racconti, sogni e capricci, che dà tedio e reca fastidio al filosofismo attuale.

E lasciatemi qui inserire, benché non sia cosa mia, ciò che qui sto per dire come illogico poeta che divaga nel ragionare:

ed è: che la Spagna, a cui non inquieta l'oscuro avvenire d'oggi, che alla legge mal si sottomette, della cui vita sono meta oziare, cantare e litigare,

potrà la sua fede e poesia gettare nella fogna; ma lasciatemi ridere della vostra filosofia predicata a un tal popolo.

Qui, nella nostra buona Spagna, dove si dorme la siesta, dove si canta la caña, dove il lavoro dà fastidio e la vita è una cuccagna,

chi sembra che mediti, rifletta o filosofeggi… sogna, è tra le nuvole o sonnecchia; ché non è paese della stoffa di quello del greco Stagirita.

Sotto questo sole di mezzogiorno si filosofeggia così male, che la Spagna ha oggigiorno in una bottega di chitarre la sua pietra filosofale.

E lasciando anche questo per miglior occasione e luogo in cui stia ben collocato, torniamo al corso e al testo della mia narrazione interrotta.

Andiamo dunque a quel monte a vedere se troviamo infine la tradizione che in esso, e nel giardino di Murcia, lasciò dietro di sé il moro infedele.

III

Sinfonia, introduzione o scena preparatoria della tradizione araba, sorge qui la necessità di fare un po' di storia.

..............................

Ore forse dopo quella in cui vide di traverso dare al suo infausto destino con la sua gloria il Damasceno Kalifato Cordovano,

vide Murcia che la invadeva, venendo da Almería, una masnada di mori, che come l'acqua e l'erba si ammassava e cresceva.

Di quell'arabo diluvio mai la data e la storia sapemmo con precisione: ne serbano torbida memoria poesia e tradizione.

Ma Murcia fu sempre terra assai ben vista da Dio, e il germe del bene che racchiude l'ha condotta in pace e in guerra sempre in cerca del suo bene.

Si parla di un Emiro felice, un Abú-Bekhr-al-Kaisí, che è forse il favoloso Aarum-ar-Raschil famoso delle leggende di laggiù:

e dovette questo Emiro, senza dubbio, nascere sotto ottima stella; poiché catastrofe così dura solo a lui venne in aiuto, e solo lui vi guadagnò.

L'omayyade dinastia cordovana cadde tra le braccia di un'altra razza più fiera, e a rubarne i pezzi si lanciò tutta l'Andalusia.

Abú-al-Kaisí con destrezza sagace, con tenace fermezza e con audacia opportuna, seppe legare la fortuna alla testa della sua schiera:

e si diede tale abilità, che di tutta l'Andalusia taife, tribù, schiere, genti, alla sua corte e alle sue piazze e al suo soldo attirava.

Il suo Emirato, per meschino, disprezzò e lasciò nelle sue mani il re moro granadino; e su Murcia non venne, finché regnò, il cristiano.

Con diplomazia sagace e costanza pertinace, del suo fertile territorio andò facendo un piccolo emporio dei beni della pace,

Presto accorsero sui terreni a cercare l'Emiro tutti i buoni contadini e i mercanti agareni che bramavano vivere in pace;

e il vagabondo, e il voltagabbana, e il ribelle arruolando sotto il suo vessillo di frontiera, del suo turbolento seguito si valse e se ne liberò.

Si popolò Murcia di gente onesta e intelligente, utile, laboriosa e buona; e un'alba di pace serena spuntò in un nuovo oriente:

Della pace sacri baluardi, sorsero in ogni parte mulini, agricoltura, commercio, scuole…, l'agiatezza del traffico e delle arti.

Ai piedi della fortezza si levò la moschea; e un lavoro senza pigrizia portò a Murcia la ricchezza con la pace da Dio benedetta.

Al Gualentín e al Segura salasso o dighe imponendo, versò al-Kaisí nella pianura torrenti della loro acqua pura per orti, prati e pascoli.

I monti, oggi così spogli e così privi di alberi, erano boschi frondosi, che rifugio e pascolo tra le siepi davano a selvaggina e a greggi;

e questo Emiro, genio del bene, di Murcia riparo e sostegno, riuscì di Murcia, alla fine, a fare prima un giardino e infine un eden.

E quel monte, in cerca del quale procediamo per queste pagine cercando quel racconto tradizionale orientale che l'arabo vi lasciò,

era allora un mazzolino di alberi, erbe e fiori, che esalò, come un profumo d'incenso in un gabinetto di fata, nell'aria un milione di odori;

che ancor oggi le brezze aspirano e sopra Murcia li spargono, e nel suo orto li riversano quando sopra Murcia girano e in essa li disperdono.

Aveva, e ha ancora, una fenditura quel monte, una vena del terreno la più feconda, che a nessun caso è soggetta dei casi del mondo:

è un'ampia vallata, copia dell'eden perduto; dai venti riparata, dalla brina protetta e nido di rigogoli.

Lì crescono, coetanei e a migliaia, fiori e frutti dissimili e spontanei: con i più teneri gerani le nespole più ispide:

il cui polline e i cui semi conducono lì nei loro becchi gli erranti uccellini, l'insetto nelle sue piccole ali e l'aria nei suoi ventagli.

E quella fertile vallata, che di Murcia è la porta, di cui il suo orto è tappeto, e a cui il monte dà l'ombra del baldacchino del suo fogliame,

è cestello di rose, focolare di ristoratori e vivifici vapori, fanale delle farfalle e nido di usignoli;

dove mai ingresso né il male né il lutto hanno avuto; ove nulla di avverso giunse, né soffio di peste infetta né fragore di terremoti.

Tale era l'eden murciano quando Abú-Bekhr-al-Kaisí ne era Emiro sovrano; ed ecco in castigliano ciò che in arabo lessi.

IV

Dice un rawi musulmano che Murcia è un tulipano con aroma di gelsomino, che Dio donò al sultano che del suo orto fece un giardino;

che il suo orto è un giardino fiorito che dà nella sua terra succosa dalla palma al garofano, e un frutto più saporito e più dolce del miele.

Murcia è un flacone d'essenza, che custodisce i mille aromi di tutta la fioritura che oggi va cercando la scienza per boschi, valli e colline;

la flora e i vegetali, legumi e cereali dalle più ricche produzioni e dalle sostanze più vitali delle regioni più ricche.

Terra in cui tutto s'ingenera, la lavori il consiglio o la taifa; ove s'inzucchera e si affina dal cedro alla mandorla, dal fico alla giuggiola;

dal sacro alloro del Pindo, fino all'arancio della Cina; dall'amarena di Toro, fino all'aspro tamarindo d'Egitto e di Palestina;

dal nardo e dal giglio bianco fino alla balsamica acacia: dalla rustica verbena e l'umile erba menta, fino al cinnamomo di Aleppo.

Dalle al tatto schive mimose e sensitive, fino al pioppo argentato; dal lucente carrubo, alle opache sempreviva.

Dal gelso Bergamasco che dà il frutto tinto di sangue, al moscato di Corinto, e alla pesca di Damasco, fino al terebinto di Siria.

Murcia, del sole favorita, che la bagna in aurea luce, da Allah e Geova benedetta, è un'araba moschea crestata dalla Croce.

Murcia è un chiosco fiorito, nascondiglio di una uri che fuggì dall'Eden senza rumore; celeste allodola, che un nido scese a costruirsi lì.

.............................

Di Murcia un moro questo dice raccontando questa tradizione, della quale feci traduzione: senza che io ne garantisca né la verità, né la traduzione.

In cielo

I

La leggenda del Rawi moro raccontata dal poeta cristiano

Un giorno la marcia dei mondi Egli volle osservare e vedere se ubbidiva alla sua legge il creato, e fino alle porte d'oro discese dal Paradiso il sommo Dio che dal caos ne trasse l'embrione.

Dalla dimora edenica giunse fino al peristilio; l'angelo che lì veglia aprì il suo padiglione, e dall'eterea vetta, da quel confine tranquillo, Allah del creato la marcia esaminò.

Ciò che gli uomini chiamano vuoto e firmamento, l'aria azzurra che cielo per noi è; lo spazio infinito, elemento vivificante dei suoi milioni di mondi, si dispiegò ai suoi piedi.

Le nebulose, mondi ancora in formazione, che un giorno saranno soli dopo lunga evoluzione, le pallide stelle fredde come la luna, che scintille e satelliti di soli antichi sono;

le rapide comete dalle immisurabili code, stupore dei mondi alla cui vista vanno per leggi di equilibrio di Dio, che son le sole che attività, impulso, trazione e luce danno loro;

tutto ciò misterioso che rimane oscuro e che la scienza umana comincia già a intravedere, tutto ciò che un giorno dovremo di certo per il nostro essere divino sondare e comprendere;

tutto ciò che si muove, si condensa e si disfa, che irradia e scintilla mentre ruotando va, tutto ciò che va e torna, che muore e che rinasce, si eclissa e si illumina, che libero o fisso sia;

tutto ciò, mondo o atomo, che incatenato o sciolto, lanciato o attratto da un potere centrale, per qualcosa vive, e marcia, e rotola avvolto in qualcosa che genera o indebolisce la sua evoluzione vitale;

tutto ciò che, riunito, si vede dalla terra, tutto ciò che compone la siderale regione, il torbido e il visibile che l'universo racchiude, quanto insieme forma ciò che è il creato,

si presentò alla vista di Dio che volle vederla: Dio vide con uno sguardo che funzionava bene, e si fissò sulla terra, che va come una perla nella collana di mondi in cui incastonò l'Eden.

E quella perla, nera nel suo emisfero in ombra, e bianca nel chiaro perché riflette il sole, aveva un punto verde, che come un brandello di tappeto rivestiva un tratto di terra spagnola.

Correva allora la fine di un mese di gennaio: la terra andava sopportando una burrasca generale di neve e di cicloni, e tra l'impeto fiero del terremoto e di quella si governava male.

Come oggi la circondava di nebbia e turbine un'atmosfera che ne offusca il colore naturale: e quel brandello così verde, di brillio smeraldino ed emblema di speranza, primaverile verdore,

in mezzo alle nevi, forse una follia tra quelle indigene di Spagna parve al Signore; e contemplando il globo seguire per la sua orbita il cammino, restava attento e assorto il Creatore.

L'angelo che in silenzio e in piedi restò a custodire del peristilio d'oro le gradinate d'avorio, sottomesso rimase attendendo la sua volontà, come Lui contemplando del mondo le meraviglie mille.

Da quella gradinata ed eburnea scalinata, come tappeto regale, arazzo di trono reale, splendido si levava su argento macinato un pensile meraviglioso di verde vegetazione.

Tutto era lì vivente sul suo bianco suolo, gli alberi, le piante, il fiore e la sorgente; e l'albero che la terra chiamò del Paradiso empiva quell'ambiente di aroma celestiale.

E tutto in armonia e al suo posto preciso, era il pensile un insieme di perfezione completa, il semenzaio mistico ove custodire Dio volle i germi che nutrono la vita universale.

Irradiavano ed esalavano gli alberi, i fiori, la pianta, il prato… tutto, profumo e splendore: miriadi di uccelli, silfi e insetti volatori, luminose farfalle e uccelli canori, aleggiavano e cullavano l'albero e il fiore.

E di questo Eden esterno, dell'altro compendio, che non entra nella comprensione della nostra mente oscura, vestibolo vivente della dimora edenica, vegliava quella bella celeste creatura che innalzò davanti a Dio, del portico del cielo, il padiglione.

L'angelo era un essere senza pari tra le creature, prodigio di bellezza, modello scultoreo; un essere i cui contorni, con apparenza umana, esaltano sovrana bellezza celestiale.

Sulla sua schiena si piegano, leggere come spuma, due ali di bianca piuma di trama sottile, che cadono come manto niveo, donando al suo portamento la grazia e il candore del cigno più gentile.

Un'aureola il suo capo di luce incorona e cinge, come quella che il cielo tinge di candore mattutino; e dal suo corpo e alito si esala e si sprigiona un profumo che trascende l'ambra edenica.

..........................

Il Creatore e l'angelo, la cui divina essenza non necessita di lingua, né di voce per parlarsi, realizzarono, opera dell'intelligenza della loro anima, delle loro idee reciproche la trasmissione veloce.

...........................

—Vedi la terra? —La vedo. —Che punto è quello verde di Spagna in un inverno così rigido? —Non lo so: tra il vapore la linea della mia vista si perde, Signore; ma se lo ordini andrò a scoprirlo. —Va'!—pensò Dio; e l'angelo, del «va'!» di Dio sentendo la forza e il comando, che Dio non formulò con gesto né parola, il fiato raccogliendo e gettandosi nel vuoto, le sue ali dispiegò.

Il fulmine e il telegrafo, di cui ha saputo la rapidità e le forze l'uomo assoggettare, sono termini inutili di calcolo perduto per misurare quanto rapido l'angelo volò.

...............................

I mondi dei molteplici sistemi planetari, gli uni embrionali e in povera evoluzione; gli altri traboccanti di luce e forza viva, e già nella loro età di attiva vitale condensazione; i vecchi, che caduchi si raffreddano e si esauriscono, e nel vuoto galleggiano con azione decadente; la luna, il sole, i soli di ignoti pianeti, e stelle e comete della nostra azzurra regione, lo videro un istante, di luce e aroma una scia lasciando per dove vola, passare come un ciclone.

Vide Dio la sua forma mobile andare bianca e luminosa, dapprima come candida colomba vagabonda, poi come un'ingravida e bianca farfalla, poi come lucciola piccola e irrequieta, che brulica tra i germogli del prato di un giardino, entrare nella nostra atmosfera, avvicinarsi al globo, toccare il verde punto del confine spagnolo, e lì, come una macchia d'acqua che evapora e si perde, sul suo punto verde dissolversi alla fine.

........................

Dio, vedendo che seguitava la sua creazione perfetta, in unità corretta e funzionando bene, la eburnea gradinata del aureo peristilio salì, e tornò tranquillo ad entrare nell'Eden.

Tornò tutto con il suo alito nell'Eden beato, ad entrare nel riposo, e Dio ad entrare in sé.

Là il tempo non ha né conto né misura; ma occorre, di quella vita per raccontare qui i tempi e le fasi, assimilare le frasi del nostro rozzo idioma a quelle con cui là si parla.

...........................

Le ombre cominciavano ad oscurare il giorno, e l'angelo non tornava… Dio disse: —Che farà mai laggiù?

II

Il mondo stava già presto della notturna nebbia sotto le pieghe brune nel dominio ad entrare, e mentre vivo popola il vuoto dell'infinito, tra le ombre stava presto a riposare.

Ancora dava ai mille mondi dello spazio infinito riflessi d'oro pallido la luce crepuscolare; ma già nei loro riflessi l'opale e il topazio con tinte cominciavano di livido a macchiarsi.

La terra, tormentata da raffiche di cicloni, diluvi e nevicate in un inverno crudele, rotolava tra brumosi piombigni nembi, mostrando solo il chiarore di quel verde punto.

Sgorgando da esso (fosse pianura, valle o collina), come fugace lucciola fosforica e sempre maggiore ad ogni istante facendosi…, prima come colomba nevata, poi aquila…, sorse qualcosa di alato che del cometa prende l'impeto e il percorso, che avanza tra gli astri con volo spaventoso: che come scintilla elettrica dietro l'uno e l'altro affiora, si nasconde e riappare lasciando tutt'intorno gonfie le sue atmosfere di ebbro aroma, e in una scia tremula di vago splendore, lo stupore e la meraviglia dietro di sé…, è l'angelo che torna a Dio battendo le sue ali di condor.

Passò rasente a Espero, veloce e taciturno, poiché tornava tardi al cospetto di Dio; attraversò, cieco, l'anello dorato di Saturno, saltò il limite dell'aria e si perse fugace.

Dio percepì il suo volo e comprese la sua fretta, per quanto egli cercasse di attutirne il rumore; e Dio uscì incontrandolo con paterno sorriso, mentre giungeva l'angelo in atteggiamento sommesso a posarsi sulle eburnee gradinate del portico.

.........................................

Amava Dio il suo angelo, ché il Signore è buono; davanti a Lui sentiva l'angelo rossore e timidezza; e benché il Signore non mostrasse con lui alcuna collera, confuso era l'angelo per la prima volta.

Davanti allo spirito di Dio restò confuso, ché Dio lì sentiva, ma Dio non vedeva; Dio, misericordioso, con Sé e in sé lo pose, e così, senza voce, parlarono in solitudine i due: —Cos'era quel verde? —Murcia. —Perché hai tardato tanto? —Perché dimenticai le ore e la mia missione là. —E allora cosa c'è là? —Un'altra gloria. —Davvero? —È un incanto! —Racconta dunque ciò che hai visto. —Ebbene… —Che cosa? —Che nulla vidi. —Nulla vedesti in un giorno intero? —Ragione per non riferirne nulla come vostro messaggero; nulla vidi, Signore. Mi accorsi del clima primaverile, del bel paese, ma non ne oltrepassai il limite esteriore. —Perché? —Perché all'entrata della prima vallata, con una leggerissima gentile ortolana m'imbattei, e lì rimasi in conversari senza filo con lei, finché vidi una stella brillare… e tornai indietro. —Era così bella la rustica? —Lo è; ma non un prodigio. —Cosa ti ammaliò? —La sua voce e ciò che le udii dire. —Di che ti parlò? —Di fiori, di racconti contadini, di rustiche fatiche; ma ne parlò così bene, che ancora starei ad ascoltare i suoi racconti erranti: ma il giorno spirava… e tornai all'Eden. —Ma sono tali i suoi racconti e tali le sue parole, da incantare attenti e ammaliare così, laggiù sulla terra, persino esseri celestiali? —Mai seppe raccontarne di simili alcuna uri.

La sua voce è una musica di magica armonia, i suoi racconti poesia di spirito orientale; d'ogni suo racconto la trama è un poema di perfezione estrema, di taglio originale.

Timbrato è l'accento con cui ella li narra con vibrazione d'argento e in note di cristallo; e il ritmo del suo languido e strano salmodiare racchiude un'armonia di incanto senza pari.

Sultana dei fiori potrebbero là chiamarla; qui la chiamerebbero sorella le uri; prenderla il paganesimo potrebbe bene per Flora, la notte per l'aurora, per fiore i colibrì.

...........................

Udendo del angelo la poetica pittura, assorto Allah un momento rimase dentro di sé: e poi all'angelo disse: —Di quella creatura ciò che mi dici provamelo: dimmi ciò che ti disse.

E l'angelo, trasmettendo per grazia intuitiva come parola viva il suo pensiero a Dio, le frasi terrene che nella memoria serba in ritmi convertendo della sua celeste lingua, come perle incastonando le andò una dopo l'altra, e a Dio le andava inviando in un vitale fluido di ondulazione senza rumore, e nel fumo di un aroma creato e assorbito ad un tempo da entrambi

III

IL POEMA DEI FIORI

Per dono all'uomo sulla terra creò Allah queste quattro cose: i fiori, i profumi, i cavalli e le donne. IL CORANO.

«Quando dai fiori bandisce l'inverno, e nella terra al materno riparo dormono, dell'incenso sono il germe che essa per Dio racchiude.

Le selvatiche, che aprilesche aprono le piccole foglie al sole, alla pioggia e alle brezze, sono gli sguardi e i sorrisi dei monti e delle balze.

Quelle che nella stagione rigogliosa primaverile la foresta coprono di giallo, oro e scarlatto, sono l'abito di festa con cui la campagna si adorna.

Quelle che in piena fioritura le danno bellezza così impareggiabile, sono la prima offerta che fa la Natura a Colui che fece il creato.

Dio e il popolo amano i fiori; Dio li tiene sui suoi altari, e per il popolo sono i migliori ornamenti e vezzi nelle sue feste popolari.

Tutti gli esseri umani li accolgono con affetto nei lutti come nei piaceri: li porta alla tomba il bimbo e alle feste le donne.

Amore della luce del giorno, gioia degli uccelli, manto e gioielli del giardino, danno all'aria la loro ambrosia e alle api il loro miele.

Sono dell'amore il linguaggio, delle nozze il messaggio, del matrimonio il pegno, della gratitudine l'offerta, della gloria l'omaggio.

Chi non gode dei fiori a che cosa aspirerà? Chi non ammira i loro colori, né si rapisce nei loro odori, che cosa avrà nel cuore?»

............................

Tacque, e attese l'angelo la sentenza del Signore; nel pensile edenico né eco fugace né suono; intorno a Dio e all'angelo tutto rimase raccolto in sé e muto e in muta aspettazione.

La volontà dell'Unico e Onnipotente Dio non si espresse con formula di frase, né con voce: la sua volontà recondita all'angelo trasmise, e assorta la comprese con Lui tutto il creato.

.............................

«Così fedele adoratrice, con così leale fede in me, gentile floricultrice, di ingegno così sottile, nel lavoro così destra e nel trovare maestra, è una creatura che non sta bene là.

La vita dello spirito non sta sulla vile terra, l'almea credente e vergine merita dimorare qui; che tutto sia nel suo elemento! il fiore nel pensile, la stella nello spazio e nell'Eden la uri.»

Appena concepita la volontà di Dio, per la seconda volta l'angelo le sue ali dispiegò.

IV

La notte era serena, la luna già al tramonto, sull'orto murciano tutto riposa in pace: nemmeno un'aura vagabonda muove le foglie al suo passo, né evoca il suono più debole l'eco più fugace.

Nella sua dimora, libera da pena e da affanno, riposa l'ortolana con cui l'angelo s'imbatté: non ha genitori: sola i suoi morti l'hanno lasciata; crebbe tra i fiori, come bocciolo chiuso di rosa in un capolino che il sole non riscaldò.

Un vecchio della sua tribù, di origine damascena, che impiegò ottant'anni a studiare e a osservare, tenuto per buono sia tra cristiani che tra arabi, e saggio quanto gli arabi possono esserlo,

l'adottò molto piccola, si affezionò a lei; e poiché infanzia e vecchiaia sono estremi, si toccarono e si saldarono: e sulla stessa traccia della vecchiaia, docile, camminò l'infanzia.

I racconti con cui il vecchio da bimba la addormentava, il germe che nel suo spirito della virtù seminò, la scienza delle piante che il vecchio le infondeva… per uccelli e fiori la sua naturale passione, la fede e la poesia che nella sua anima inoculò,

di quella bimba fecero un angelo sulla terra, orticoltrice esperta divenne poi da donna; fiorista e ornitologa si fece lei per la montagna; fu l'idolo e l'incanto di quanto Murcia racchiude, e divennero, con un'anima sola, un solo essere.

María la chiamavano i miseri cristiani prigionieri: la chiamavano gli arabi Myriam; Murayma il saggio vecchio: Gazzella gli anziani: Sultana dei fiori il popolo e gli ortolani, e uri dei suoi giardini Abú-al-Kaisí il sultano.

Quella creatura, delizia della gente, lieve come un silfo, come una uri ideale, come un'almea attraente, come tortora innocente, dormiva di un sonno di calma verginale.

Dormiva, ma sognava: fantastico, lusinghiero, più chiaro e percettibile di un sogno naturale era un sogno: ché era visione più che sogno, ed era al tempo stesso fenomeno fantastico e reale.

Sognava di vedere, in un tenue albore d'aurora, un Genio che cantava ai piedi del suo balcone; e udiva e comprendeva del suo canto sonoro la musica e le parole, sentendo che ode e vede.

Sognava di vedere e udire la figura, la voce e le parole di un essere e di un canto; e l'essere era il giovane trovato tra la macchia, e il suo canto un ritmo di mai udito suono.

Il suo sogno, mistico godimento di gioia celeste, era un deliquio, un'estasi d'amore spirituale senza che il suo casto godimento germinasse o manifestasse un atomo bastardo di sensazione carnale.

E la visione, il ritmo, l'idea della frase del suo cantare le infondono così mistico piacere, quale sentirebbe la sua anima se fluttuasse sciolta dalla materia per mutare d'essere.

Di quel sogno ipnotico la suggestione, sola, la teneva avvinta al godimento di vedere e ascoltare; cullandosi nel suo sogno, come sulle sue mansuete onde si cullano i gabbiani e gli uccelli del mare.

E in un godimento così intimo, sconosciuto e grato, senza accorgersi di sé, raccolta in sé stessa, riceve la suggestione del sogno e della serenata; le cui strofe ritmiche dicevano pressappoco così:

poiché in lingua umana sarebbe in me insensata la pretesa di renderla qui tradotta: il mio ingegno qui, impotente, la tradizione racconta informe e come può: cerca solo di darvi della divina storia del rawi arabo l'idea più coerente, e l'ampliamento più ampio, il più affine a quel qualcosa che io stesso riesco a cogliere.

V

LA SERENATA

Alma creatura, che sembri non concepita né generata per opera di essere nato, tu che sulla terra sei per un mistero che in te si racchiude;

bianca Uri che, fuggendo dal cielo, dicesti: «sarò degli uomini la gioia», volgi il tuo volo, levati, e vieni con me in cielo.

Essere celeste sulla terra mal ospitato, con chi vuoi in essa essere accoppiato, né come vuoi abitare con i suoi uomini e le sue donne?

Che troverai nelle zone di questo emisfero che ti dia nutrimento o ristoro: quale dimora, quale veste, quale mobile, o quale utensile?

A te che nella luce ti bagni, che d'ambrosia e di nettare ti nutri, che poesia e ambra esali, e le ali dell'angelo puoi dispiegare;

bianca, ché di gigli ti forgiò maggio; bionda, perché ti indora del sole un raggio; fiera e bella come un arcangelo, pura come una stella,

della sua luce dà ai tuoi occhi il sole un riflesso, al tuo volto la luna serve da specchio, e le colombe sul tuo balcone ti tubano quando ti affacci.

Per vederti sulla terra si aprono i fiori e Dio apre del cielo i belvedere; e le tue sorelle, le uri, ti lanciano baci dietro le loro persiane.

Uri, che fuggisti dal cielo perché Dio volle che la terra vedesse qualcosa del Paradiso, volgi il tuo volo verso l'alto, o sulle mie ali torna al cielo.

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Nel deliquio estatico del misterioso sogno assorta e rapita, sentiva che un potere ignoto, irresistibile, si faceva padrone di lei e trasformava in altro il suo primitivo essere.

Nelle ultime parole di quella serenata Myriam un irresistibile comando ricevette: e all'impulso dell'ignoto potere che la rapisce, credette di volare nel vuoto dell'aria azzurra.

Sognando che volava, lanciata si sentiva per la regione vuota che attraversando va. Sognava che volava e che all'Eden saliva… ed era vero: l'angelo se la portava già.

VI

Della regione empirea quando giunse all'altezza, lasciò Myriam l'angelo dinanzi al Signore: la guardò Dio: e assorta sentì la creatura, senza timore né rossore, che Dio la giudicava.

Dio vide che la sua anima vergine era pura da macchia, che in lei non fermenta di Adamo il lievito, e nella dimora celeste un posto le assegnò, lasciandola sul portico dell'edenica ventura al posto dell'angelo, che si portò via con sé.

La creatura umana si mutò in essere divino; la sua materia corporea si smaterializzò; e la felice ortolana che al Paradiso venne, del suo cancello guardiana e nel suo pensile rimase.

...............................................

E vi sono kabile e tribù, oriunde di Murcia, oggigiorno vagabonde per Fez e per Tlemcen, che credono che non sia l'angelo ma l'uri murciana colei che aprirà alle loro anime le porte dell'Eden.

«Da Murcia al cielo», José Zorrilla, Madrid, maggio 1888

Testo di pubblico dominio, trascritto dall'edizione digitalizzata su Wikisource.

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